Non sarà più un vortice a mettere in ordine
ciò che abbiamo smontato, come
chirurghi provetti che aprono un uomo
per capire com'è fatto e all'intero
ci trovano solo pezzi di motore e varia ferraglia.
C'è un letto di fiori su cui poggia una bara
per due; i cadaveri sono scappati verso vite
che come parallele si incontreranno solo quando
giungeranno al'infinito, quando ormai
ogni cosa sarà del tutto inutile.
Seguiranno maremoti e flussi d'incoscienza
che ci renderanno onda e naufraghi,
dispersi come dei Robinson Crusoe
ma senza eccellenti serie tv a farci sentire
almeno adeguati a qualcosa.
Non piango da un pezzo e ciò che resta
delle mie lacrime sono crisalidi
che non diventeranno mai farfalle;
sono ricordi sfumati dal mio organismo
che ha imparato a dimenticare il dolore.
Ma c'è qualcosa che afferro e so tenere:
c'è la vergogna che non vorrei provare,
le fotografie che ho bruciato e mille
proiettili conficcati tra il collo e lo sterno.
Ma va bene, non si può uccidere chi è morto.

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