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martedì 26 giugno 2007

Luogo comune del quarantenne



Quindicimila giorni secchi son passati,
quindicimila occasioni già sfumate,
quindicimila soli invano nati,
ora ed ora contati
in questo austero, ma grottesco gesto
di dar la corda a orologi finti
per cercare, negli anni trascurati,
la pazienza di vivere il resto.

José Saramago

giovedì 21 giugno 2007

La merce invenduta piange



Io se fossi un pannolino avrei bisogno della merda di un

Bambino per esistere
Perché la merce invenduta piange
E non capirei perché un bambino nella sua vita caga
Migliaia di pannolini ma non me
Che sono un pannolino normale come gli altri
Con il mio codice a barre normale
Sulla scatola.

E se fossi uno di quei cosi con la neve e con padre Pio
Penserei di essere meglio di un soprammobile di Giò
Pomodoro perché
Tutte le merci sono uguali di fronte a Dio
E starei male a essere messo in vendita
Alla stazione Centrale di Milano
In un angolino della vetrina del tabaccaio
Tra un cazzo finto e un portasigarette di plastica con lo
Stemma del Milan
Languendo
Per giornate deriso
Perché la merce invenduta piange.

Io conosco il dolore delle pile dei sacchi della spazzatura
Nascosti dietro le scope
Nel reparto casalinghi
Del supermercato, sacchi della spazzatura
Verdi un tempo imposti per la raccolta differenziata dal
Comune e adesso
Negletti e impolverati, decaduti
Plastica più sola di un'anima a marcire

Io conosco il dolore della "gelatina per dolci
Già detta colla di pesce" sommersa
Sa bustine di lieviti Bertolini e sacchetti di zucchero in Scaglie per le guarnizioni
Lo conosco e se io fossi lei mi chiederei perché
Sono "gelatina per dolci già detta colla di pesce"
E non, ad esempio, una fulgida appetitosa scatola
Di mezzo chilo di mezze penne Barilla,
di quelle che si vendono a migliaia
nei supermercati di tutto il mondo.
Io penserei questo tutto il giorno e continuerei a piangere
Perché la merce invenduta piange
E il suo dolore è tanto simile al nostro
Biologico stare sul mercato fino a che c'è domanda
Fino a che l'articolo che siamo non deperisce

Come un diplomato di 52 anni alla ricerca del primo lavoro
Come un corridore automobilistico amputato
Come una ragazza in Giappone
Che a 25 anni nessuno l'ha sposata
Sugli scaffali della vita raggelata miscela
Leone scaduta nel reparto
Caffè o sugo di cinghiale con l'etichettta scollata

Scatole di sale dietetico schiacciata

di Aldo Nove



lunedì 11 giugno 2007

Cyberdress



La società cyborg si estende entro i confini del capitalismo multinazionale, dal Giappone all'Europa al Nord America alle ènclaves più ricche del secondo e terzo mondo, e così fa la soggettività cyborg.
La soggettività cyborg è presente ovunque gli indivdui abbiano accesso all'interfaccia di quell'apparato complesso che lega fra loro macchine/schermi/pc/modem/fax/satelliti/televsioni via cavo/telefoni celluari ecc. del tardo capitalismo. In queste società ad alto potenziale tecnologico non solo siamo avvolti un una "meccanosfera" che potezia ed estende la nostra attività sensomotoria, ma siamo anche immersi in uno spazio mediatico e cibernetico che avviluppa i nostri corpi in quasi tutti i momenti dell'esistenza e a un livello quantitativo e qualitativo che non ha precedenti nella storia umana. Questa tecnologia è descritta da alcuni come un sistema nervoso esterno collegato a noi tramite una variertà di apparati, dispositivi, microconnessioni. Le immagini cruciali in questo genere di connessioni sono quelle delle protesi e dell'interfaccia, che a loro volta generano la visione di una soggettività "prostetica" e di un corpo "cablato".

Alessandro Gomarasca


La metafora del vestiario per designare l'interfaccia fra sé e tecnosfera implica che la corporeità è stata rivoltata dal dentro al fuori, proiettata verso la superficie dove l'esperienza tecnologica è stata trasformata in un ornamento che inscrive il corpo di nuovi significati.

Figueroa Sarriera

sabato 9 giugno 2007

Apice









Forse noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo.






Nick Horby, Alta fedeltà

domenica 20 maggio 2007

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese


giovedì 10 maggio 2007

Pensado alle vittime


Il destino di coloro che vengono ricordati è davvero migliore di quello di coloro che sono attesi dall'oblio? Potendo scegliere, chiederei di essere ricordato o dimenticato? Non c'è una risposta ovvia, perchè immaginando che uno scelga la prima ipotesi esiste sempre la possibilità che questa sia apparentemente esaudita, ma nella maniera beffarda con cui nelle fiabe a volte succede che vengano puniti i desideri illegittimi. E che allora, per esempio, uno che aspiri alla durata del suo nome sia ricordato più per la morte che per la vita, più per una sua eclatante disgrazia che per la fortuna.

da L'abusivo di Antonio Franchini



giovedì 19 aprile 2007

Così va la vita



Non se ne è parlato abbastanza della morte di Vonnegut, o forse sono stato io a non riuscire ad ascoltare granché. L'ho saputo una settimana fa, mentre bevevo un frappè ad un bar. Chi me l'ha raccontato l'ha saputo leggendo la notizia sul televidio (lo stesso televideo da cui ha saputo che Pasquale Finicelli - alias Mirko dei Bee-hive nella serie televisiva ispirata a Kiss me Licia - lavora come autista di autobus). Ho pianto. Oddio, non proprio, giusto qualche lacrima che non sono riuscito a controllare. La cosa ha sconvolto la ragazza che sedeva di fronte a me, probabilmente si sarà domandata che razza di deficente è uno che piange per la morte di uno scrittore.
Avrei voluto scrivere qualcosa, ma in questo periodo le parole sembrano avermi abbadonato (e la prova è l'aver scritto "le parole sembrano avermi abbadonato", che non è che sia proprio il massimo dell'originalità). Così ho pensato a qualche citazione, ho sfogliato i libri che avevo, le interviste on line, cercando di evitare il più possibile Mattatoio N 5, a causa di quella sindrome da intellettuale spocchioso che a volte mi prende e che mi fa dire: "Naaaaaa, non posso citare proprio questa roba che conoscono tutti... devo trovare la minuzia che non conosce quasi nessuno". Insomma, una cosa ridicola.
Ho cominciato con lo sfogliarlo e poi ho letto il primo capitolo. Poi sono passato al secondo, al terzo e così via, riempiendo di orecchiette l'intero libro. Alla fine ho pensato di rileggere tutti i libri di Vonnegut che ho o, meglio ancora, di comprare tutti quelli che non ho ancora letto. Questo perchè c'era un piccolo paragrafo in quel romanzo che sembrava essere un addio grandioso e un per sempre ancora più brillante.

La cosa più importante che ho imparato su Tralfamadore è che quando una persona muore, muore solo in apparenza. Nel passato è ancora viva, per cui è veramente sciocco che la gente pianga al suo funerale. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. I tralfamadoriani possono guardare i diversi momenti proprio come noi guardiamo un tratto delle Montagne Rocciose. Possono vedere come tutti i momenti siano permanenti, e guardare ogni momento che gli interessa. E' solo una nostra illusione di terrestri credere che ad un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che quando un istante è passato sia passato per sempre.
Quando un tralfamadoriano vede un cadavere, l'unica cosa che pensa è che il morto, in quel momento, è in cattive condizioni, ma che la stessa persona sta benissimo in un gran numero di altri momenti. Oggi anch'io, quando sento dire che è morto qualcuno, alzo le spalle e dico ciò che i tralfamadoriani dicono dei morti, e cioè: "Così va la vita".

Ciao Kurt.

domenica 25 febbraio 2007

Dario Bellezza




Per amore di solitudine rimasi solo:
solo rimasi per amore di niente; come
giovinezza passando in apertura
di giorno minacciando la belva di me
più bisogna, incanutita amante
del vuoto, io, la bestia del riso
asciutto. Sono qui, il fiato spesso
del malato che non vuole significare.


Ritrovo Dario Bellezza un po' per caso e un po' perchè è un grande amore della mia adolescenza e in questo periodo ogni pulsione di allora sta tornando a trovarmi (o forse sono io che torno a trovare loro). E' nascosto dai libri più nuovi, quelli comprati negli ultimi anni, e da quelli che spulcio più spesso. Il volume (un'antologia con le poesie dal 71 al 96) non è sgualcito come altri, ma sembra quasi nuovo, come se la pressione degli altri libri lo avesse rimesso in forma.
Lo sfoglio e ripenso a quando leggevo le sue poesie seduto sulle scale della banca di piazza del Gesù, con una birra poggiata di fianco, in attesa che gli amici arrivassero, in compagnia solo del mio nichilismo da bar dello sport.
Era il mio atteggiarsi quello: adolescente dark, che beve e legge poesia, mentre tutt'attorno il fremere dei genovesini e non s'incontava per il loro sabato sera d'aria. C'erano altri che avevano un libro di poesie con se, per lo più Bukowski e Baudelaire; le leggevano a voce alta a chi volevano rimorchiare e, qualche volta, funzionava pure. Quando mi chiedevano cosa leggessi e mostravo il libro come risposta, mi guardavano strano, cercando di capire dalla copertina (semplice, con un cuore rosso scarabocchoato sul fondo nero) e dal nome di che si trattasse; qualcuno, ogni tanto, ci dava in'occhiata. Morte, solitudine, amore, omosessualità: era questo quello che si trovava in quelle pagine, che dovevano essere lette a più riprese per essere pienamente comprese. Il più delle volte però, chi leggeva mi restituiva il libro e andava a comprare del fumo o altro, disenteressato o annoiato. Così restavo lì, ancora con gli occhi puntati su quelle pagine, sino a quando non mi rendevo conto che s'era fatta ora; così rimettevo il libro in tasca e andavo da questo o da quello, cercando di organizzare un sabato sera che (sapevamo in partenza) sarebbe stato identico a tutti gli altri.

(Mica pensavate di trovare in questo post qualche pensierino critico sul poeta?)

giovedì 15 febbraio 2007

Ricordando Groucho Marx



Avrei voluto avere il senso dell'umorismo di quest'uomo




Poiché ero l'unico coi baffi presi per primo la parola.

Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me.

Non occorre che tu faccia lo scemo per convincerli che sei scemo... comportati al naturale.

Burbank era il mago che incrociava tutti i suoi frutti e legumi fino al punto che le povere piante si trovavano in un tale stato di ansietà e di angoscia che non sapevano più decidere se dovevano finire in tavola come contorni o come dessert.

Vega domattina alle dieci nel mio ufficio, e se non ci sono chieda di Mr Jaminson, è il mio segretario. Se la riceve lo licenzio.

Non dimentico mai un volto, ma nel suo caso farò un eccezione.

Se squilla il telefono non risponda. Potrebbero avere sbagliato numero.

Fare l'amore con la propria moglie è come andare a caccia di anatre imbalsamate.

Grazie, ho trascorso una serata veramente meravigliosa. Ma non è questa.

Uno sciocco te lo cucini come vuoi, ma una gallina la puoi fare solo bollita.

Come va il suo quoziente di intelligenza? E' sempre basso come quando l'ho conosciuta?

Il pregio della poliandria era quello di far dividere gli alimenti per il divorzio, anziché farli gravare su un uomo solo.

Nonostante le sue ovvie deficienze, posso dire sinceramente che i suoi collaboratori (per non parlare di me) lo amano con il fervore normalmente riservato ad uomini del calibro di Stalin, Hitler e Torquemada.

Persi le staffe. Erano le mie staffe preferite...

Suppongo che i letti ad acqua dovessero essere inventati. Era l'unico modo di bere qualcosa la notte senza calpestare il gatto.

All'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo. Dentro al cane è troppo buio per leggere.

Conosco un tale che ha trovato così tanti uomini nell'armadio che è stato costretto a divorziare solo per appendere i suoi vestiti.

Il matrimonio è la causa principale del divorzio.

Ti aumento la paga solo perchè ti dispiaccia di più quando ti licezio.

- Perchè canti?
- Per ammazzare il tempo.
- Certo che hai un'arma micidiale.

Figliolo va agiocare e comportati come hai fatto nell'ultima partita. Ho scommesso cinque dollari sull'altra squadra.

Quel tipo mi prende sul serio e quindi non mi sembra il caso di chiedergli nulla...


giovedì 8 febbraio 2007

giovedì 25 gennaio 2007

Non vorrei crepare



Non vorrei crepare

prima di aver conosciuto
i cani neri del messico
che dormono senza sognare.
Le scimmie dal culo pelato
divoratrici di fiori tropicali
I ragni d'argento
dal nido pieno di bolle
Non vorei crepare
senza sapere se la luna
dietro la faccia di vecchia moneta
abbia una parte puntuta
se il sole sia freddo
se le quattro stagioni
siano poi veramente quattro
senza aver tentato
di sfoggiare un vestito
lungo i grandi viali alberati
senza aver contemplato
la bocca delle fogne
senza aver ficcato il cazzo
in certi angoli bizzarri
Non vorrei crepare
senza conoscere la lebbra
o le sette malattie
che si prendono laggiù
il buono e il cattivo
non mi tormenterebbero
se sapessi
che ci sarà una prima volta
e troverò pure
tutto ciò che conosco
tutto ciò che apprezzo
e sono sicuro mi piace
il fondo verde del mare
dove ballano i filamenti delle alghe
sulla sabbia ondulata
la terra bruciata di giugno
la terra che si screpola
ed i baci di colei
che mi fa stravedere
la bella per essenza
il mio orsachiotto,l'orsola
Non vorrei crepare
prima di aver consumato
la sua bocca con la mia bocca
il suo corpo con le mie mani
il resto con i miei occhi
non dico altro bisogna
restare umili
Non vorrei crepare
prima che abbiano inventato
le rose eterne
la giornata di due ore
il mare in montagna
la montagna al mare
la fine del dolore
i giornali a colori
la felicità dei ragazzi
e tante cose ancora
che dormono nei crani
degli ingegneri geniali
dei giardinieri allegri
di socievoli socialisti
di urbani urbanisti
e di pensierosi pensatori
tante cose da vedere
da vedere e da sentire
tanto tempo da aspettare
da cercare nel nero

e io vedo la fine
che brulica e che arriva
con la sua gola schifosa
e che m'apre le braccia
da rana storpia
Non vorrei crepare
nossignore nossignora
prima di aver assaporato
il piacere che tormenta
il gusto più intenso
Non vorrei crepare
prima di aver gustato
il sapore della morte...

Boris Vian

domenica 14 gennaio 2007

Liberismo economico & liberismo sessuale



[...] nella nostra società il sesso rappresenta un secondo sistema di differenzazione, del tutto indipendente dal denaro; e si comporta come un sistema di differenziazione altrettanto spietato, se non di più. Tuttavia gli effetti di questi due sistemi sono strettamente equivalenti. Come il liberismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l'amore ogni giono; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l'amore con decine di donne; altri con nessuna. E' ciò che viene chiamata "legge del mercato". In un sistema economico dove il liceziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l'adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo. In situazione economica perfettamente liberale, c'è chi accumula fortune considerevoli, altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c'è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberismo economico è l'estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberismo sessuale è l'estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età e a tutte le classi della società.

Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta

lunedì 8 gennaio 2007

Non è successo niente






Ti ricordi quando ha nevicato a marzo?
Noi due abbracciati dietro al vetro,
la meraviglia davanti e quasi niente dietro.
E l'assente ticchettìo degli orologi al quarzo...


Mi imbattei in questo libro quasi per caso, senza volerlo. Avevo sedici anni, mi piaceva da morire l'horror e Tiziano Sclavi per me altro non era che "quello" di Dylan Dog. Avevo già comprato due suoi libri, Della Morte Dell'Amore (destinato a lasciarmi un segno indelebile) e Sogni di sangue, tre racconti gialli molto inquietanti. Così quando comprai Non è successo niente mi aspettavo di trovare qualcosa del genere. Mi sbagliavo alla grande.
Come ho detto, allora ero fissato per l'horror e per tutte le sue derivazioni più estreme: splatter, splatterpunk, cannibalismo, contosionismo etc. e, di conseguenza, scrivevo racconti di questo genere. Addirittura il mio sogno di gloria era quello di scrivere un romanzo horror così bello da farmi definire dalla critica lo Stephen King italiano; per essere precisi, la mia perversione più nascosta era essere soprannominato Stefano Re (ma a riguardo stendiamo un velo pietoso).
Quando aprii il libro ero in camera mia, pioveva e mia madre guardava a tutto volume Passaparola. Le prime pagine raccontavano il seguito di Della Morte Dell'Amore, il che mi rese felice come non mai. Poi però il capitolo finì e mi resi conto che il vero protagonista del libro non era Francesco Della Morte, ma un certo Cohan, che stava leggendo il manoscritto che un suo amico (tale Tiz) gli aveva dato prima di mandare alle stampe. Da qui mi si pararono davanti dei personaggi che non avrei ma più dimenticato.
Cohan, uno scrittore depresso che non riesce a trovare l'ispirazione per il suo libro. Lucy, una ragazza anoressica, che non sa arrabbiarsi. Tommaso, che è uno sceneggiatore di fumetti alcolizzato. Mauro, un tizio con un aspetto grosso e cattivo, ma buono come il pane e che fa il correttore di bozze e l'umorista. Vita, incasinatissima e con tre uomini di cui non sa scegliere quello definitivo.
Le vite di questi personaggi erano drammatiche e comiche allo stesso tempo. Cohan si incazzava col postino e a Tommaso veniva quasi da piangere perchè non avrebbe rivisto una ragazza incontrata di sfuggita, e poi c'era una domestica impicciona, una gatta di nome Ugo, citazioni di Alf l'alieno, della pubblicità dei rocher, confessioni di comunisti che avevano combattuto il '68 e che si ritrovavano ricchi come i nemici borghesi, ma senza il coraggio di far sfruttare a pieno la loro ricchezza, ma lasciandola in banca, pronta per qualsiasi uso (siamo dei poveri ricchi con la data di scadenza come simmethal o, peggio ancora, come la mozzarella).
Questo romanzo fu un illuminazione. Mi insegnò che c'erano altri mondi da raccontare (e altri modi per raccontarli); mondi in apparenza banali, ma in fondo complessi, multistratificati. Era come se ogni pagina urlasse: la vita è fatta di lacrime di dolore e di gioia, che spesso si alternano ad una velocità tale da sembrare irreale.
Lessi le prime 350 pagine in due giorni, ridendo, commuovendomi, arrabbiandomi e riconoscendomi. Fino a quel momento non avevo mai letto un libro in grado di provocarmi tante sensazioni diverse insieme. Per le ultime 50 pagine, invece, impiegai una settimana. Mi ero affezionato così tanto a quei personaggi che non volevo lasciarli. Per questo, ancora oggi, ogni tanto mi capita di sfogliare questo libro, di prendere un pezzo a caso, per far visita a questo gruppo di nevrotici, così assurdi da sembrare reali.
Quando lessi anche l'ultima pagina piansi. Proprio in quel momento entrò in camera mia madre. "Che è, hai l'allergia" mi domandò. Le dissi di no ed indicai il libro. Sorrise: "Perchè, è commuovente? Come va a finire?"
Mi limitai ad alzare le spalle, per dire con un tono forse troppo grave: "Alla fine se ne vanno via".