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giovedì 12 luglio 2007

Evoluzione e soppressione



Il Terzo Mondo verrà soppresso dall’Occidente, è il normale processo della natura: la razza più forte che sopravvive alla più debole. La dura legge del darwinismo. Certo, quando il naturalista inglese teorizzò L’origine della specie non c’erano ancora gli elementi necessari per comprendere che l’uomo, a differenza degli altri animali, ha smesso di modificare il proprio corpo rispetto all’ambiente naturale ed è passato al mutamento di quest’ultimo, e alla costruzione di protesi tecnologiche e di elementi prostetici in grado di attribuire nuovi significati e nuovi capacità al suo organismo. L’evoluzione umana, così, non è più un evoluzione genetica, basata sugli invisibili filamenti del DNA, ma avviene al di fuori, per connettersi e diventare tutt’uno con il corpo, dando vita ad una nuova specie, l’uomo tecnocrate. L’uomo tecnocrate è perfettamente inserito in un contesto di macchine e computer che sa usare allo stesso modo in cui il primate era in grado di afferrare oggetti e utilizzarli come armi da scagliare contro i nemici e contro le prede. A tutto ciò l’uomo del Terzo Mondo non è arrivato. Le cause sono varie e inferiscono condizioni storiche e politiche, che vanno dalla loro posizione geografica (distante da civiltà più avanzate in grado di poterli far progredire) al colonialismo e al post colonialismo, in cui il futuro uomo tecnocrate, trovatosi di fronte alla scelta di poter o far evolvere queste popolazioni o soggiogarle, ha scelto la seconda ipotesi, dando il via alla soppressione della specie. Non dico che la cosa è giusta o sbagliata, è semplicemente naturale. La mancata evoluzione tecnologica (col quale l’uomo tecnocrate è entrato in simbiosi) non è una causa da attribuire a queste popolazione, anzi è stata causa dell’Occidente, che sin da allora ha esercitato la sua pressione di civiltà più forte. Questo perché oggi, nell’affrontare la faccenda, non possiamo fare a meno di tenere a mente che le varie razze umane (che hanno peculiarità diverse e diverse conformazioni fisiche) non sono più distinte e separate, ma si sono unite in amalgami razziali e non possono essere più distinte per specie, bensì per civiltà. La civiltà Occidentale oggi è la più forte e, seguendo la natura – e non quella teorizzazione cattolica e giusnaturalista che chiamiamo natura umana – sopprimerà il Terzo Mondo, per affermare la sua potenza e per appropriarsi delle risorse che le permetteranno di evolversi ulteriormente.

martedì 19 giugno 2007

Autunno



Il 2000 ha questa peculiarità: ogni giorno sembra un giorno autunnale. Non parlo di quell'autunno ben definito, dalla foglie che cadono e rendono la strada dello stesso colore del tramonto, ma di quello che ci fa dire "Le mezze stagioni non esistono più", e alterna l'afa ad una pioggia che non è fredda e non è forte, ma che comunque costringe a restare chiusi a casa.

Aldo Nove ha scritto che negli anni '80 è stato sempre inverno e Tommaso Labranca ha agginto: "Anche se non era inverno, chi amava l'inverno poteva riuscirlo a scorgere ovunque". Per me l'inverno sono stati gli anni '90. Ma se l'inverno di un varesino e di un milanese è caratterizzato dal biancodalla neve, l'inverno di uno che vive a Napoli altro non è che una notte sporca che arriva prima del dovuto. L'inverno di un ragazzo vissuto a Napoli è fatto di pioggia che scroscia sino ad aprire le strade, facendo intasare le arterie della città di un traffico di auto strombazzanti, che fremono nei movimenti sincopati dei tergicristalli.
Gli anni '90 sono stati un inverno anche emotivo, ma a questi non è succeduta la primavera, ma un autunno confuso e mite come tutte quelle stagioni che sembrano promettere tanto e alla fine sono solo un susseguirsi di giorni gli uni uguali agli altri.
Durante quell'inverno eravamo convinti che le nuvole si sarebbero diradate, mostrando un cielo che ci avrebbe allettato con mille promesse diverse. Invece il 2000 è cominciato col 11 settembre, con l'immagine del primo aereo che esplodeva nella prima torre, e del secondo che andava a schiantarsi contro l'altra. Il 2000 è cominciato con il loop delle immagini a rallentatore dell'attentato terroristico contro l'America, che si è impresso così a fondo della nostra memoria che, quando lo riportiamo alla mente, non possiamo fare a meno di vedere i due boing andare contro le torri gemelle ad una velocità tale da farci credere che da un momento all'altro questi imponenti edifici di cemento e acciaio possano sradicarsi dalle loro fondamenta ed evitare l'attacco. Dopo l'esplosione però i due grattacieli tornano illesi e compare di nuovo il primo aereo. Come nella teoria dell'eterno ritorno di Nietzsche, ogni cosa viene rivvissuta in maniera identica, senza la possibilità di una sola variazione, senza la stupida illusione di riuscire a cambiare le cose.
Questo è l'autunno del 2000, i colori bruni non ricordano le foglie secche, ma le immagini di blob in cui la percezione visiva viene distorta apposta. Non c'è nulla di definito: nelle notizie al telegiornale, nell'iperestesia delle informazioni che gira su internet, nei blog cantilentanti o deprimenti (e quasi sempre autocelebrativi) che ci inonandano di nozioni inutili che spesso si sedimentano nella nostra coscienza, cristallizzando quella che può essere definita la Filosofia del Nulla e del Superluo.
E noi altro non siamo che specchi viventi di questa condizione. Fruitori - consapevoli o inconsapevoli - di una mediaticità per nulla medianica, consumatori - attivi o passivi - di prodotti assurti a ruolo di status simbol o di lifestyle, che con la loro prosteticità illudono di mutare il nostro stesso senso, lasciando però inalterata forma e pensiero, e riducendosi unicamente ad una serie di costose connessioni, in grado di metterci in contatto con il resto del mondo. Ma la finalità di questa comunicazione altro non è che una comunicazione fine a se stessa, fatta di significanti e non di significati, che rivela una globalità vuota sotto lo strato di accessori superflui.
Ecco l'autunno, che invece di durare una sola stagione si protrae per un anno (per dieci anni), appiattendo, rendendo ogni cosa dello stesso e identico colore sfocato, ripetendo i suoi loop di eventi, e lasciando immutano il suo clima che non è nè caldo, nè freddo, che fa scorgere il sole senza però farne sentire il calore


mercoledì 6 giugno 2007

venerdì 18 maggio 2007

Vaffa!


Sono sempre stato quello delle decisioni radicali. Non è una scelta ovviamente, è capitato. Tutto qui.
Così ora torno sui miei vecchi passi, ci rifletto su e mi viene da pensare che le persone di cui mi voglio circondare o mi devono servire per conseguire uno scopo, o devono essere gente con cui sto bene e che - a sua volta - sta bene con me; insomma, quelli da cui non ti senti giudicato, ma da cui ti senti stimato.
Un raggionamento da adolescente forse, ma non mi importa. La vita è troppo un casino per circondarsi di persone che te la incasinano di più.

Continuo a cercare la mia serenità, nella sua accezione più semplice e quotidiana, alternando la gioia e l'infinita malinconia che da sempre mi porto dietro. Non so se è bene o male e non mi importa. Per adesso la faccio funzionare così. Poi si vedrà.

domenica 22 aprile 2007

Mettiamo in chiaro una cosa



Io non sono come te e tu non sei come me. E probabilmente neppure tutti gli altri sono come noi. Ma non per questo io sono giusto e tu sei sbagliato. Non per questo tu sei dalla parte della ragione ed io da quella del torto. Io sono puro e vero di cuore. Per quanto concerne te non posso giurarci, ma sono certo che sei nato puro e vero di cuore anche tu. Io ho i miei valori e tu i tuoi e se li sosteniamo non lo facciamo unicamente per qualche forma di idealismo, ma anche per lo stesso motivo per cui la società crede nei suoi valori: coincidenza (insomma, perchè la battaglia di Maratona è andata in un certo modo e amen).
Odio tutti i pomposi intellettuali dal linguaggio ricercato (quelli che nel solo dire ciao provano a creare una voragine tra loro e il resto del mondo) che credono di detenere la verità. Non credo nella verità o, quantomeno, non credo nella Verità, credo alla mia verità e credo che esiste una tua verità; ma se le osserviamo bene, ci renderemo conto che sono solo punti di vista.
Mi piace stare a discutere sino a fare l'alba e mi piace se chi ho davanti sostiene le proprie idee con precisione e arguzia e prova a farle valere con la testa forza con cui faccio valere le mie. Ma se crede che mi farà cambiare idee allora può stare zitto. Amo il confronto, non sottopormi a qualcosa che un altro interpreta come lavaggio del cervello. Mi piace mettere a terra tutte le mie carte e poi osservare quelle dell'altro, l'ordine che ha posto, capire le differenze, comprenderle qualche volte. Anche se può capitare che mi senta stanco; capita a tutti.
Il fatto è che io non sono come te ed è questo il mio valore. Tu non sei come me ed è questo il tuo valore, chiunque tu sia. Possiamo provare ad incontrarci ma ho il diritto di urlare e anche di distruggerti se vai oltre i miei principi, e provi a calpestare qualcosa che per me è vitale. E tu puoi fare lo stesso con me.
Non lo trovi splendido?

sabato 14 aprile 2007

S'è fatta ora



Da ragazzino, verso i 14 anni, avevo le idee chiare su ciò che volevo essere. Uno scrittore, per la precisione uno scrittore come Stephen King e Tiziano Sclavi. Negli anni a venire cambiai genere, così smisi di puntare all'horror; volevo essere come Bukowski e i cannibali (è vero, le due cose erano agli antipodi, ma la maggior parte delle unioni che mi costruivo - e che tutt'ora mi costruisco - hanno ben poco di logico e razionale, sono spinte dalla pancia. Un po' come quando da bambino mettevo la nutella e la mortadella in mezzo al pane; da sole erano perfette, ma il solo pensiero di una loro unione non può che far venire il mal di stomaco; però il loro connubbio mi andava bene. Ecco, per me le relazioni tra le idee e le cose si basano su questo banalissimo concetto: mi devono andare bene). Poi cambiai di nuovo: De Silva, Mozzi, Pascale e poi gli scrittori americani intellettuali e spocchiosi come Pinchon e De Lillo e, infine, Fitzgerald.
Li leggevo - li leggo - e mi chiedevo quando avrei scritto anche io come loro. Pochi mesi dopo avevo già cambiato la domanda: perchè non scrivo come loro? Fui bravo però, uno come me rischia di andare in paranoia dinanzi ad un quesito di questa portata, che non può che non risolversi in un'ammissione di una ben precisa mancanza di talento. Camminai sul baratro di questo precipizio con un buon equilibrio e avrei potuto farci anche un bel po' di chilometri, se solo non avessi incontrato Ena Marchi (editor e traduttrice dell'Adephi) che fece a pezzi quello che per era il mio racconto più sudato. Cercai di sorridere, di non farmi vedere giù. Mi trovavo in una classe di scrittura creativa e gli altri ragazzi fecero qualche battuta a riguardo, niente di cattivo, roba del tipo: "Ahahah tra tanti racconti ha distrutto quello di Umberto". Ero uno con cui si poteva scherzare, la cosa andava più che bene (anche se - ad essere sincero - provai un certo piacere quando la Marchi prese a cazzotti anche i loro scritti). Durante il breack della lezione andai in bagno, quando uscii fuori trovai la ragazza con cui stavo allora che mi aspettava con una faccia da cane bastonato. "Come va?" mi chiese. Capii subito che si riferiva al racconto. "Ha ragione, credo" risposi. "Le critiche servono a questo, no?". Lei fece cenno di si con la testa e mi abbracciò. In fondo non c'era nient'altro da aggiungere, neppure che era stampato sul mio volto che mi sentivo una merda e quella mia frase matura altro non era che una presa per il culo in piena regola.
Quello stesso giorno, dopo la lezione, scherzai con Antonella Cilento - la scrittrice che teneva il corso - chiedendole l'indirizzo della editor per poterle mettere una bomba sotto casa. Lei non rise, si limitò a dirmi con stizza: "Umbè, l'abbiamo capito che sai scrivere ma questo non serve. Devi scrivere delle cose che senti tue, non di roba che per te è come fantascienza. E poi devi essere incazzato. Se non sei incazzato puoi scrivere quanto ti pare, ma non ti serve a niente".
Pensai per un bel po' di smettere di scrivere. In fondo io non ero incazzato e questo perchè avevo impiegato l'ultimo anno della mia vita ad imparare a convivere con le cose che mi avevano fatto incazzare: le ragazze, mia madre, la scuola, i bulli che ti pestano senza ragione, l'incapacità di riuscire a fare quello che volevo. Oddio, queste cose non avevano smesso di farmi male, ma avevo imparato a sopportarle; insomma, avevo abbandonato la lotta e tutto poteva andare per il meglio. O almeno così credevo. Di certo non ero sereno, nè felice, ma cercavo di convincermi dell'opposto.
Alla fine smisi davvero di scrivere, ma fu giusto un'altra presa per il culo. Durò giusto un paio di mesi, nei quali rosicai di invidia nei confronti di tutti quelli che scrivevano e riuscivano a comporre qualcosa di decente. Non volevo smettere di scrivere in realtà, era solo una presa di posizione, un atto dimostrativo nei confronti di nessuno col quale materializzavo la mia protesta per il non essere lo scrittore che volevo essere.
Provate ad immaginare il vostro sogno da bambini, che è diventato quello di adolescenti e di ventenni spegnersi così, di colpo, lasciandovi una libreria strabordante che ha smesso di librare e che sembra urlare: "Il tuo libro non starà mai tra noi". Una cazzata sicuramente, ma una cazzata terribilmente importante. Leggevo i racconti pubblicati, quelli premiati e non mi piacevano.
Un lutto in tutto e per tutto, che poteva anche durare per un bel po' di tempo, se solo la ragazza di cui sopra non mi avesse scaricato di colpo, spostando su di se la priorità dei miei stati d'animo struggenti e distruggenti. Quello che seguì fu un periodo estenuante, il dolore della sua perdita fece venire a galla la rabbia, l'odio, l'insofferenza per tutte quelle cose che non mi andavano ben. Fu come aprire il vaso di Pandora, vedere fuorisciure tutta quella roba che, più che ad un gruppo di fastidiosi coinquilini, poteva essere paragonata ad un tumore.
O io o loro: non c'era altra scelta.
Così è cominciata la lotta, l'accettazione di Sé e il combattimento contro ciò che non va bene, che sia fuori o dentro non importa. Per Hemingway non esiste vita senza lotta, ma credo che sia importante che la persona contro cui lottiamo sia qualcosa di reale, che abbia un volto che non coincida col proprio.
Oggi combatto e, malgrado ci sono certi mulini a vento che non la smetteranno di ossesionarmi, esistono dei nemici di carne, ossa e idee contro cui volgo le mie forze; a volte perdo, altre vinco... ma non credo sia questo il punto.
Per quel che invece riguarda la scrittura, ho capito che scrivere ed essere uno scrittore sono due cose diverse. Essere uno scrittore comporta la voglia di essere pubblicato, lo scrivere di modo che ciò che si produce possa andare bene per un eventuale editore, per il pubblico, che piaccia, che si veda, che vada bene. Così mi limito a scrivere, per me, allo stesso modo in cui mia madre scrive la lista della spesa. Alla fine non la leggono in molti, ma almeno grazie a lei, quando si fa ora, possiamo mangiare tutti un'ottima cena. Il che non è poco.

domenica 18 marzo 2007

Prendendo in considerazione il relativismo culturale



Trovo noioso, per non dire ridicolo (per non aggiungere demenziale) le posizioni estreme che prendono certi presunti intellettuali che - certi di essere i detentori dei valori fondamentali dell'esistenza comune - sparano sentenze giudicando giusti o sbagliati gli stili di vita e i riferimenti culturali di chi che sia. Non parlo di critici o opinionisti di professione (il cui lavoro consiste proprio nel fare questo), ma di gente comune che spara a zero.
Badate bene, non mi sto riferendo al giudizio in se (che come Kant ci ha dimostrato è istintivo e perciò non controllabile), quanto a quel giudizio mosso dalla convinzione, tanto forte quanto stupida, che esista un modo unico e imprenscindibile di vivere, che comporta dei determinati riferimenti culturali, un ben preciso target di interessi e - perchè no? - in certi casi estremi anche una moda. Certo, questo modo di pensare appartiene a molti, ma lo trovo obbrobioso quando viene esternato da persone dotate della cultura e dell'intelligenza necessaria per capire che non esiste un modo di fare giusto e sbagliato, che non esistono interessi migliori di altri e che tutti questi punti di riferimento altro non sono che soggettivi, e derivano dall'appartenenza ad un certo gruppo, al proprio modo di essere cresciuti, al contesto in cui si è vissuti e a quel bagalio personale di sentimenti (o di sensibilità) di cui si è dotati.
Ma l'intellettualoide che si atteggia a critico molto spesso non tiene conto di ciò, osserva il suo piedistallo, contempla il proprio io (e tutti quelli che ritiene simili a lui e/o degni della sua stima) e addita come devianti chiunque non si rapporti a quel determinato stereotipo. Insomma, come all'interno di una qualsiasi dittatura, stabilisce che chi non è come lui è una persona indegna di vivere in questo mondo.

La fortuna del non appartenere a quella che è la casta dei critici non viene mai presa molto in considerazione. Tale fortuna comporta una totale libertà (anzi, una vera e propria anarchia) di quello che è il proprio gusto: ci si può appassionare all'arte, così come allo sport, emozionarsi con un fiction del canale cinque, commuoversi con Shakespears e trovare orribilmente noioso Kafka. Insomma, tutto in relazione al proprio personale sentire: un giudizio scevro dai preconcetti indotti da altri.
Ovviamente, l'emozionarsi con un libro o un qualunque prodotto artistico (intendendo per artistico tutto ciò vada da una pubblicità ad un opera architettonica) è diretta conseguenza del proprio bagaglio culturale. E' importante, però, costruirsi tale bagaglio non ascoltando o leggendo ciò che si dice o si scrive sulla cultura, ma immergendosi in tale cultura, vivendola in prima persona.
Solo a questo punto ci si può rendere conto che fondamentalmente non c'è differenza tra le persone che hanno o non hanno interessi, o che hanno interessi diversi; ognuno segue solo i propri bisogni e li colma a proprio modo.
Ciò che chiamiamo interesse, impegno e cultura non è un prodotto intellettuale o, quantomeno, non lo è in prima istanza. Il bisogno di seguire questi percorsi è prima di tutto un bisogno emotivo, istintivo e per nulla razionale che, solo in un secondo momento, viene a costensualizzarsi in un ambito razionale col quale si fonde. Di conseguenza è facile capire che ognuno fa solo ciò che sente il bisogno di fare, che corrisponde alla propria natura e al modo in cui l'ha elaborata.
Seguire ciò che l'intellettualoide proclama come "il giusto percorso" nel momento in cui non se ne sente il bisogno è andare incontro a tale natura, una natura che può essere originaria (quindi insita all'interno dell'individuo aprioristicamente) o può essere costruita (ovvero appartenente al bagaglio del vissuto dell'individuo stesso). Insomma, si trasforma in una discriminazione a tutti gli effetti, basata sul principio che chi viene additato non è come chi addita, oppure ha avuto un vissuto così diverso da non poter avere i suoi stessi valori di riferimento.
Basterebbe solo avere un po' di onesta intellettuale forse, scendere dal proprio piedistallo, per provare a vedere il mondo (quel modo su cui si hanno idee così ben precise) con gli occhi dell'altro, per la sola curiosità di capirlo. Ma questo non è da tutti: in primo luogo perchè scendere dal proprio piedistallo è un impresa ardua, in secondo luogo perchè osservare il mondo con occhi diversi è entrare in relazione con valori diversi dai propri e che necessariamente possono mettere in dubbio la realta costruita, destabilizzandola. Insomma, basterebbe solo avere un po' di onesta e di coraggio... in fondo, il rischio di cambiare idea non è troppo alto nel momento in cui la posta in gioco è la possibilità di avere delle prospettive più ampie.


giovedì 1 febbraio 2007

Aspettative



Crescere in una cittadina come Pomigliano D'arco nel finire degli anni '90 non è stato affatto facile... ma, pensandoci bene, l'adolescenza in sé non è mai facile, e in quel periodo lo era ancora meno.
Il lutto per la morte di Cobain era ampiamente superato, si affacciava alla televisione il mito dei calciatori e delle vallette, delle boy & girl bands, e l'essere famoso diventava sempre più una prerogativa. Ricordo una frase ascoltata da un tipo in quegli anni: "Io voglio diventare famoso, non so come ma voglio, anzi, devo diventare famoso". Il femonemo del grunge, che aveva segnato anche la generazione delle provincia (seppur non affondo), era stata stereotipato e glamizzato. Gesti come l'uccello di fuori di Kurt Cobain ai Music Awards più che una provocazione, poteva essere interpretato come un atto di imposizione di immagine. Non era colpa dei Nirvana ovviamente, ma del contesto televisivo, di MTV e dell'intero buisness dell'apparire che rendeva più di quanto si potesse immaginare.
Eravamo rincoglioniti dal mito televisivo, anche perchè l'emergere lì sembrava l'unico modo possibile per spiccare all'interno di una cittadina dove era assente qualunque mezzo per poter risaltare tra la folla.
Le ragazze (o almeno quelle che volevano darsi un tono meno superficiale) volevano diventare giornaliste, ma non giornaliste di carta stampata, giornaliste televisive; altrimenti nessuno se ne sarebbe accorto che era quello il loro lavoro.
I professori del liceo classico che frequentavo amavano ripetere: "Voi siete la classe dirigente del futuro". E molti ci credevano pure, senza capire se sarebbero stati una vera classe dirigente o la classe dirigente di Pomigliano d'Arco.

Fortunatamente abbandonai quella cittadina a quindici anni. Certo, ci andavo a scuola, ci vivevo, ma i miei amici erano a Napoli, buttati mezzi morti a piazza del Gesù. Loro non volevano andare in televisione, non volevano dirigere neppure il traffico, qualcuno forse voleva sfondare come musicista, sempre se è possibile sfondare nell'ambiente dell'indie-rock. Amavamo dire che non eravamo "nessuno", che eravamo il niente del niente, senza renderci conto che con quelle parole ci stavamo etichettando con appellativi che reputavano di gran lunga superiori agli ambienti da cui prendevamo le distanze.

Prima che si costruisse la villa comunale e che il festival del jazz diventasse importante, Pomigliano d'Arco non offriva davvero nulla. Ma con la villa e ciò che ne conseguì, l'oroglio di appartenere a quel microcosmo ebbe il coraggio di uscire fuori, mostrando che era sempre esistito, solo che non aveva ancora trovato una buona ragione per venire allo scoperto.

Nei primi anni del 2000 le mie compagne di classe scoprirono il concetto del ragazzo-buon-partito, identificandolo con lo studente della scuola militare Nunziatella. Facevano il possibile per essere invitate alle loro feste, facevano il possibile per accalappiarsi il più bello. Appartenere a quella scuola era indice di: 1) potenza economica (una poteza economica che derivava e dalla famiglia di provenienza e dal futuro assicurato del cadetto, che avrebbe occupato un posto di prestigio nella società - quindi, perfetto per avere accanto una futura esponente della classe dirigente del futuro); 2) aspetto fisico perfettamente temprato e irrobustito da allenamenti di stampo militare.
Ovviamente, le famose feste della Nunziatella altro non erano che pretesti per azzerare gli ormoni di un gruppo di ragazzi che non solo strabordavano di testosterone, ma frequentavano anche una scuola esclusivamente maschile.
Non credo che le mie compagne di classe fossero così stupide da non saperlo (ok, alcune avevano la profondità emotivo-intellettuale di un scarpa), penso che preferivano fingere di ignorare questo passaggio. Se non l'avessero fatto avrebbero dovuto rinunciare a quelle feste; che diavolo, erano pur sempre delle brave ragazze!

A guardare il tutto da lontano potrei quasi dire che eravamo animati da una sorta di cannibalismo. Era come se fossimo impegnati in una lotta per la nostra affermazione individuale. Anche io prendevo parte a questo scontro e il mio andare a Napoli altro non voleva significare che: "Io competere con voi? Non fatemi ridere! Io competo con chi è davvero all'altezza". [ Fatto sta che a Pomigliano ero il così detto "soggetto" della scuola, a Napoli uno splendido figurino con un bel po' di amici e un discreto numero di ragazze appresso. ]
Forse - e questa è una teoria azzardata, quasi romanzesca - eravamo così affannati in questo perchè sapevamo che non tutti saremmo appartenuti a questa famosa classe dirigente del futuro, perchè eravamo consapevoli che non ci sarebbe stato posto a sufficienza per ognuno di noi. Volevamo essere i migliori, perchè essere migliori è indice di un'elevata appartenza socio-culturale, e questo fa sentire forti, trasforma in punti di riferimento. Volevamo soldi, una bella casa, un lavoro che ci soddisfasse, un compagno di talamo di tutto rispetto. Era un modo come un altro per apparire, se non nella televisione almeno nella vita reale.

venerdì 26 gennaio 2007

Cultura Vs Darwinismo



La conoscenza e la cultura altro non sono che i due strumenti che l'uomo utilizza per sentirsi al di sopra degli altri animali; per illudersi di non essere sottomesso alle leggi naturali che governano gli istinti. Ma se fa bene attenzione, può rendersi conto che in primavera va in calore come succede anche ai cani e che marca il territorio, se non con l'urina, con tracce più sottili (ma ugualmente forti) della sua presenza.

L'ideologia della cultura, ben impressa all'interno degli schemi razionali ed intellettuali degli individui, indica come proprio compagno e compagna di talamo una persona che colmi i suoi bisogni che sono, prima di tutto, bisogni emotivi e intellettuali. E' questo quello che ci ha ha insegnato la strada della conoscenza percorsa in tanti anni: l'uomo può elevarsi, porsi a vivere un vita più densa nel momento in cui cura la sua mente, il suo spirito, non concentrandosi unicamente sul lato istintivo del suo essere, ma trattandolo come semplice componente tra gli altri.

Questi valori (sottoscritti dai membri del ceto intellettualmente medio-alto) vengono totalmente distrutti dagli impulsi istintivi che - senza troppa fatica - hanno la meglio su queste costruzioni sillogistiche. Perchè in un conflitto tra bisogni razionali e bisogni istintivi saranno i secondi a prevalere. Questo perchè l'istinto è un fattore aprioristico ed esiste con l'esistenza stessa dell'uomo, la razionalità (che in questa sede identifichiamo con l'ideologia della cultura) invece si è costruita, è il frutto dell'elaborazione della conoscenza inserita nella memoria.
Certo, empiricamente la teoria non è così netta, ma viene pragmatizzata dalla mediazioni tra questi due estremi. Insomma, l'attrazione diventa il frutto di una sintesi di bisogni istintivi e bisogni razionali; ma, proprio per la forza di gran lunga superiore dell'istinto, questi prevarrano rispetto ai secondi.

Così una donna orienta la sua attenzione verso il maschio più prestante o rassicurante, che ridesta in lei l'idea della maternità (questa idea, ovviamente, non verte necessariamente su un ambito fisico, ma può cadere anche su fattori sociali, come quello economico). Mentre l'uomo si orienta verso la femmina più attrante, che incarna quella che è la sua idea di potere.

La questione, però, non ha una natura prettamente fisica, non a caso ho fatto riferimento ad idea di maternità e ad idea di potere. Queste due idee (che sono anche l'aspetto di due bisogni) sono insite nell'essere umano, ma vengono definite (specificizzate) dal modo in cui l'uomo ha elaborato se stesso nel corso degli anni; ovvero, dalla personalità individuale. Le esperienze (empiriche e culturali) definisco questa idea, di modo che abbia una rappresentazione diversa da persona a persona.
In breve, ognuno definisce la propria idea di potere e di maternità a modo proprio, ma tutti si orientano verso di esse.

L'ideologia della cultura, allora, diventa un elemento attraverso il quale l'istinto muove l'uomo. E, per quanto le proprie scelte attuate su di un piano ipotetico saranno indirizzate verso una tipologia di individui, nel piano concreto invece differiranno e saranno indirizzate verso altri, che rispecchiano di gran lunga i biosgni istintivi.

Non a caso è possibile riscontrare l'esistenza di due forme di attrazione: razionale e istintiva. Solitamente gli individui sono più propensi a seguire quella istintiva (apparentemente immotiva o razionalmente immotiva); l'assecondare quella razionale si fa largo solo verso l'età matura, con l'incedere degli anni, quando si fa largo l'idea della precarietà fisica.

Insomma, gli uomini non sono poi tanto diversi dalle bestie. Hanno la cultura è vero, ma questa è solo una variabile che, inserita nel contesto istintivo, ne fa differire i comportamenti, pur lasciando intatta la struttura di base comune all'intero regno animale.

martedì 9 gennaio 2007

Pa-pa-pa-pa-partigiano reggiano



N
el solito zapping della domenica pomeriggio, mi ritrovo a premere il pulsante 5 del telecomando. Nella mia stanzetta avvolta dal buio, l'unica luce presente è quella della televisione che strasmette la faccia incazzata di Vittorio Scarbi. Dinanzi a lui un interte Marco Pannella che, reggendosi la fronte rugosa con la mano, cerca di parlare; invano. Me la sghignazzo (perchè - non posso farci niente - a vedere queste cose mi vien da ridere) e faccio per cambiare, ma le parole che pronuncia il fantomatico critico mi fanno raggelare.
"I partigiani altro non erano che persone che si sono macchiati di omici efferati, quando ormai il fascimo era morto e gli americani erano giunti". Poi cita la morte di Mussolini (perchè particolari come quelli sono sempre molto coreografici) facendo esplodere il pubblico dello studio in un applauso degno di una canzone di Gigi D'Alessio.
Il mio corpo si contrae, poi si immobilizza, in brevissimo perdo la facolta di parlare, sentire e pensare. La diagnosi non può essere che: overdose di puttanate!
Riprendo i miei libri di storia (che di certo Pansa non approverebbe) e spulcio tra i ricordi di famiglia.
Nel ventennio quasi tutti erano tesserati al partito fascista e chi non lo era andava incontro a pesanti sanzioni. Il mio bis-nonno era uno di questi. All'epoca aveva un negozio, il risultato del suo mancato tesseramento fu la chiusura repentina. C'è però da dire che pochi erano i tipi come il mio bis-nonno, la maggior parte preferivano darsi un pizzico sulla pancia, tesserarsi, sventolare la bandiera al passaggio del dux sua lux e alzarsi il capello quando ci si incrociava con questo o quel gerarca. Lo si faceva per quieto vivere.
In più c'era un'altra porzione di gente, i monarchici, schierati col partito fascista durante le elezioni. Proprio la mia bis-nonna era una di loro. Tanto che quando li votò, il mio bis-nonno urlò come un pazzo: "Ma hai capito? Hai votato a Mussolini!" Lei senza scomporsi rispose: "Uè a me non mi importa, io faccio quello che fà o rrè!" Piccola scenetta familiare che semplifica al meglio la situazione.
Quando ebbe inizio la rivoluzione partigiana furono fatti fuori tre gategorie di persone: i nazisti ancora presenti sul territorio nazionale, i repubblichini e i fascisti che avevano spiccato nelle varie realtà cittadine. Ovviamente ciò che si stava verificando non era una guerra pianificata, ma una vera e propria rivoluzione, il cui scopo era solo uno: liberarsi dagli oppressori.
Ma la guerra è guerra per tutti, e la violenza resta tale anche quando stringe nel pugno la bandiera della libertà. I partigiani furono corte, giuria e boia; ripagarono con la stessa moneta (ma con una valuta ben inferiore) quelli che sino a quel momento erano stati i carnefici.
Sintetizzare il tutto con la sola violenza mi pare riduttivo, anche perchè lo stato Italiano è uno stato nato sul sacrificio dei partigiani e si basa sull'antifascismo (cosa ormai dimenticata e che resta scritta nei codici tanto per fare volume, come l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro - sarebbe molto più corretto scrivere l'Italia è un'autarchia fondata sul precariato).

Mi ha sorpreso vedere una cosa del genere, in fondo Scarbi è quello delle fantastiche scenette con la Mussolini, in cui la indica e ripete a loop: "Fascista! fascista! fascista! e puttana!" Dove sia finito il suo antifascimo non lo so dire, forse ha preso la stessa strada che un giorno ha preso anche la coscienza di Giuliano Ferrara (una strada lontana anni luce dai dietologhi), o forse l'avra lasciata a contemplare un un dipinto di Munch. Chi lo sa, forse è stata rapita quando hanno rubato L'urlo, i ladri si sono accorti che aveva visto tutto e hanno preso pure lei. In questo caso allora non c'è niente da fare: quei poveretti saranno già stati sbranati da un pezzo.