domenica 18 marzo 2007

Prendendo in considerazione il relativismo culturale



Trovo noioso, per non dire ridicolo (per non aggiungere demenziale) le posizioni estreme che prendono certi presunti intellettuali che - certi di essere i detentori dei valori fondamentali dell'esistenza comune - sparano sentenze giudicando giusti o sbagliati gli stili di vita e i riferimenti culturali di chi che sia. Non parlo di critici o opinionisti di professione (il cui lavoro consiste proprio nel fare questo), ma di gente comune che spara a zero.
Badate bene, non mi sto riferendo al giudizio in se (che come Kant ci ha dimostrato è istintivo e perciò non controllabile), quanto a quel giudizio mosso dalla convinzione, tanto forte quanto stupida, che esista un modo unico e imprenscindibile di vivere, che comporta dei determinati riferimenti culturali, un ben preciso target di interessi e - perchè no? - in certi casi estremi anche una moda. Certo, questo modo di pensare appartiene a molti, ma lo trovo obbrobioso quando viene esternato da persone dotate della cultura e dell'intelligenza necessaria per capire che non esiste un modo di fare giusto e sbagliato, che non esistono interessi migliori di altri e che tutti questi punti di riferimento altro non sono che soggettivi, e derivano dall'appartenenza ad un certo gruppo, al proprio modo di essere cresciuti, al contesto in cui si è vissuti e a quel bagalio personale di sentimenti (o di sensibilità) di cui si è dotati.
Ma l'intellettualoide che si atteggia a critico molto spesso non tiene conto di ciò, osserva il suo piedistallo, contempla il proprio io (e tutti quelli che ritiene simili a lui e/o degni della sua stima) e addita come devianti chiunque non si rapporti a quel determinato stereotipo. Insomma, come all'interno di una qualsiasi dittatura, stabilisce che chi non è come lui è una persona indegna di vivere in questo mondo.

La fortuna del non appartenere a quella che è la casta dei critici non viene mai presa molto in considerazione. Tale fortuna comporta una totale libertà (anzi, una vera e propria anarchia) di quello che è il proprio gusto: ci si può appassionare all'arte, così come allo sport, emozionarsi con un fiction del canale cinque, commuoversi con Shakespears e trovare orribilmente noioso Kafka. Insomma, tutto in relazione al proprio personale sentire: un giudizio scevro dai preconcetti indotti da altri.
Ovviamente, l'emozionarsi con un libro o un qualunque prodotto artistico (intendendo per artistico tutto ciò vada da una pubblicità ad un opera architettonica) è diretta conseguenza del proprio bagaglio culturale. E' importante, però, costruirsi tale bagaglio non ascoltando o leggendo ciò che si dice o si scrive sulla cultura, ma immergendosi in tale cultura, vivendola in prima persona.
Solo a questo punto ci si può rendere conto che fondamentalmente non c'è differenza tra le persone che hanno o non hanno interessi, o che hanno interessi diversi; ognuno segue solo i propri bisogni e li colma a proprio modo.
Ciò che chiamiamo interesse, impegno e cultura non è un prodotto intellettuale o, quantomeno, non lo è in prima istanza. Il bisogno di seguire questi percorsi è prima di tutto un bisogno emotivo, istintivo e per nulla razionale che, solo in un secondo momento, viene a costensualizzarsi in un ambito razionale col quale si fonde. Di conseguenza è facile capire che ognuno fa solo ciò che sente il bisogno di fare, che corrisponde alla propria natura e al modo in cui l'ha elaborata.
Seguire ciò che l'intellettualoide proclama come "il giusto percorso" nel momento in cui non se ne sente il bisogno è andare incontro a tale natura, una natura che può essere originaria (quindi insita all'interno dell'individuo aprioristicamente) o può essere costruita (ovvero appartenente al bagaglio del vissuto dell'individuo stesso). Insomma, si trasforma in una discriminazione a tutti gli effetti, basata sul principio che chi viene additato non è come chi addita, oppure ha avuto un vissuto così diverso da non poter avere i suoi stessi valori di riferimento.
Basterebbe solo avere un po' di onesta intellettuale forse, scendere dal proprio piedistallo, per provare a vedere il mondo (quel modo su cui si hanno idee così ben precise) con gli occhi dell'altro, per la sola curiosità di capirlo. Ma questo non è da tutti: in primo luogo perchè scendere dal proprio piedistallo è un impresa ardua, in secondo luogo perchè osservare il mondo con occhi diversi è entrare in relazione con valori diversi dai propri e che necessariamente possono mettere in dubbio la realta costruita, destabilizzandola. Insomma, basterebbe solo avere un po' di onesta e di coraggio... in fondo, il rischio di cambiare idea non è troppo alto nel momento in cui la posta in gioco è la possibilità di avere delle prospettive più ampie.


1 commento:

Anonimo ha detto...

Trovo estremamente piacevole perdersi nella lettura delle tue riflessioni..
in esse c'è un che di "adolescenziale"(nel senso buono del termine)e al contempo di"illuminante"..
non sono una blogomane..ma penso tornerò a farti visita qualche volta..buona serata