Trovo noioso, per non dire ridicolo (per non aggiungere demenziale) le posizioni estreme che prendono certi presunti intellettuali che - certi di essere i detentori dei valori fondamentali dell'esistenza comune - sparano sentenze giudicando giusti o sbagliati gli stili di vita e i riferimenti culturali di chi che sia. Non parlo di critici o opinionisti di professione (il cui lavoro consiste proprio nel fare questo), ma di gente comune che spara a zero.
Badate bene, non mi sto riferendo al giudizio in se (che come Kant ci ha dimostrato è istintivo e perciò non controllabile), quanto a quel giudizio mosso dalla convinzione, tanto forte quanto stupida, che esista un modo unico e imprenscindibile di vivere, che comporta dei determinati riferimenti culturali, un ben preciso target di interessi e - perchè no? - in certi casi estremi anche una moda. Certo, questo modo di pensare appartiene a molti, ma lo trovo obbrobioso quando viene esternato da persone dotate della cultura e dell'intelligenza necessaria per capire che non esiste un modo di fare giusto e sbagliato, che non esistono interessi migliori di altri e che tutti questi punti di riferimento altro non sono che soggettivi, e derivano dall'appartenenza ad un certo gruppo, al proprio modo di essere cresciuti, al contesto in cui si è vissuti e a quel bagalio personale di sentimenti (o di sensibilità) di cui si è dotati.
Ma l'intellettualoide che si atteggia a critico molto spesso non tiene conto di ciò, osserva il suo piedistallo, contempla il proprio io (e tutti quelli che ritiene simili a lui e/o degni della sua stima) e addita come devianti chiunque non si rapporti a quel determinato stereotipo. Insomma, come all'interno di una qualsiasi dittatura, stabilisce che chi non è come lui è una persona indegna di vivere in questo mondo.
La fortuna del non appartenere a quella che è la casta dei critici non viene mai presa molto in considerazione. Tale fortuna comporta una totale libertà (anzi, una vera e propria anarchia) di quello che è il proprio gusto: ci si può appassionare all'arte, così come allo sport, emozionarsi con un fiction del canale cinque, commuoversi con Shakespears e trovare orribilmente noioso Kafka. Insomma, tutto in relazione al proprio personale sentire: un giudizio scevro dai preconcetti indotti da altri.
Ovviamente, l'emozionarsi con un libro o un qualunque prodotto artistico (intendendo per artistico tutto ciò vada da una pubblicità ad un opera architettonica) è diretta conseguenza del proprio bagaglio culturale. E' importante, però, costruirsi tale bagaglio non ascoltando o leggendo ciò che si dice o si scrive sulla cultura, ma immergendosi in tale cultura, vivendola in prima persona.
Solo a questo punto ci si può rendere conto che fondamentalmente non c'è differenza tra le persone che hanno o non hanno interessi, o che hanno interessi diversi; ognuno segue solo i propri bisogni e li colma a proprio modo.
Ciò che chiamiamo interesse, impegno e cultura non è un prodotto intellettuale o, quantomeno, non lo è in prima istanza. Il bisogno di seguire questi percorsi è prima di tutto un bisogno emotivo, istintivo e per nulla razionale che, solo in un secondo momento, viene a costensualizzarsi in un ambito razionale col quale si fonde. Di conseguenza è facile capire che ognuno fa solo ciò che sente il bisogno di fare, che corrisponde alla propria natura e al modo in cui l'ha elaborata.
Seguire ciò che l'intellettualoide proclama come "il giusto percorso" nel momento in cui non se ne sente il bisogno è andare incontro a tale natura, una natura che può essere originaria (quindi insita all'interno dell'individuo aprioristicamente) o può essere costruita (ovvero appartenente al bagaglio del vissuto dell'individuo stesso). Insomma, si trasforma in una discriminazione a tutti gli effetti, basata sul principio che chi viene additato non è come chi addita, oppure ha avuto un vissuto così diverso da non poter avere i suoi stessi valori di riferimento.
Basterebbe solo avere un po' di onesta intellettuale forse, scendere dal proprio piedistallo, per provare a vedere il mondo (quel modo su cui si hanno idee così ben precise) con gli occhi dell'altro, per la sola curiosità di capirlo. Ma questo non è da tutti: in primo luogo perchè scendere dal proprio piedistallo è un impresa ardua, in secondo luogo perchè osservare il mondo con occhi diversi è entrare in relazione con valori diversi dai propri e che necessariamente possono mettere in dubbio la realta costruita, destabilizzandola. Insomma, basterebbe solo avere un po' di onesta e di coraggio... in fondo, il rischio di cambiare idea non è troppo alto nel momento in cui la posta in gioco è la possibilità di avere delle prospettive più ampie.

1 commento:
Trovo estremamente piacevole perdersi nella lettura delle tue riflessioni..
in esse c'è un che di "adolescenziale"(nel senso buono del termine)e al contempo di"illuminante"..
non sono una blogomane..ma penso tornerò a farti visita qualche volta..buona serata
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