“La prima comunione, invece, te l’ho fatta fare perché la facevano tutti. Sei stato tu ad insistere ‘mamma ma io la comunione quando la faccio? ma io la comunione quando la faccio?’ ed io te l’ho fatta fare”. I discorsi sulla mia educazione religiosa non piacevano molto a mia madre, anche perché mettevano in discussione il suo operato di genitore, privo della sicurezza per poter affermare che il modo in cui aveva tirato su il figlio fosse il migliore. A dirla tutta non so come sono venuto su, ma credo che per il mio carattere e per il suo non poteva fare di meglio. Certo, in qualche punto qua e là mi ha anche incasinato la vita alla grande, ma credo che anche questo sia uno dei doveri dei genitori. E poi, a pensarci bene, meglio essere incasinati dalla madre, con la quale si ha un rapporto obbligato, piuttosto che da qualunque altra persona scelta da noi; almeno per gli anni a venire possiamo prendercela con loro, piuttosto che darci degli stupidi per aver concesso ad un estraneo la possibilità di renderci la vita un inferno.
Insomma, anche la prima comunione non aveva un bel niente di spirituale, era una semplice scusa per fare una festa che mi avrebbe fruttato un bel po’ di regali. Per l’occasione mia madre ripulì il cortile sotto casa, sino ad allora usato unicamente come parcheggio, lo abbellì con festoni, piante e tavoli colorati. Io invitai tutti i miei compagni di classe e lei invitò i parenti e gli amici di famiglia. I miei zii mi regalarono una stampante per il computer (che non usai mai), i miei nonni i soldi, mentre tutti gli altri una sfilza di Swach e di catenine d’oro.
Il rito religioso si tenne in una chiesa affollata di genitori ben vestiti, che facevano scattare le loro macchine fotografiche per immortalare i figli vestiti di bianco e che stringevano tra le mani un giglio. Noi bambini eravamo terrorizzati, un po’ perché tutta quella gente ci metteva in imbarazzo, e un po’ perché durante il catechismo ci avevano raccontato la storia di un bimbo che quando aveva preso un ostia l’aveva spezzata, facendone fuoriuscire il sangue di Gesù. Così inciampavamo e più che reggere con passione il giglio lo brandivamo come fosse una spada, ci guardavamo attorno con un misto di vanità e timore, e attraversavamo la navata centrale con un ansia mai provata prima. Quando fu il mio turno di prendere l’ostia chiusi gli occhi per la paura che potessi spezzarla, facendo così sanguinare Gesù. Invece quella roba mi si incollò al palato e non servì a nulla usare la lingua come un raschietto, dovetti aspettare che si sciogliesse, invadendomi la bocca con un’aroma appartenente a nessun sapore ma che comunque mi dava il volta stomaco.
Anche la festa a casa, a suo modo, fu un rito, un rito di stampo sociale ovviamente. Gli invitati vestivano tutti in modo elegante, i bambini venivano intrattenuti da due animatrici, mentre gli adulti prima mi si avvicinavano per farmi gli auguri poi andavano da mia madre, dedicandole molta più attenzione e convenevoli di quanti ne avessero avuti per me.
Solo nel periodo precedente al mio incontro col corpo di Cristo, i miei genitori spinsero affinché andassi in chiesa, e se la domenica mattina manifestavo il desiderio di voler restare a casa mi guardavano storto e mi obbligavano a vestirmi e ad incontrarmi col Signore. Avevo preso un impegno, il catechismo il sabato pomeriggio e, di conseguenza, la messa della domenica, e il mio venire meno non era in relazione al Dio di Abramo e di Mosè ma all’istituzione cattolica che di lì a qualche mese mi avrebbe comunicato. Come di un certificato di frequentazione ottenuto dopo aver seguito un qualsiasi corso, probabilmente di quel sacramento non me ne sarei fatto nulla ma poteva capitare che mi sarebbe potuto tornare utile.
Quando fu il momento di consegnare le bomboniere (un ciondolo d’argento per gli adulti e un giocattolino per i bambini), mia madre mi domandò: “Ma dov’è Carmine, non l’hai invitato?”
Mi sentii imbarazzato, guardai gli altri compagni di classe, nella speranza che non l’avessero sentita, e dissi: “Lui è evangelista, a queste cose non viene mai”. Mia madre sembrò crederci; era troppo indaffarata e la mia risposta si andò a mischiare a tutte le altre voci che affollavano il cortile. Avevo cambiato migliore amico da un pezzo.

2 commenti:
e carmine ora che fine ha fatto??
Non lo so.
Ci siamo persi di vista con la fine delle elementari.
Nei film gli amici di infazia restano uniti per tutta la vita; nella realtà però le cose vanno in tutt'altro.
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