giovedì 7 giugno 2007

Fede



Da piccolo andavo in chiesa. Ma quando congiungevo le mani per pregare, quando ripetevo le parole del prete o prestavo la mia voce ai canti sacri, lo facevo senza una vera e propria convinzione. Non mi importava che le mie parole potessero giungere al cielo, così come non avevo alcun interesse nel sentire di Cristo che si era immolato per il bene dell’umanità, stavo lì solo perché ci andavano tutti quelli della mia età e perché se non ci fossi andato avrei dovuto ascoltare il giorno seguente la maestra che mi domandava: “E tu, perché ieri non sei venuto alla messa?” L’istituzione scolastica si prendeva cura del mio spirito molto più di quanto non facessero i miei genitori, a cui non importava granché del mio credo. Certo, mi avevano battezzato e mi fecero fare la comunione, ma con uno spirito poco cristiano e molto borghese. “Mi sembrava giusto darti una religione” disse mia madre, quando all’età di vent’anni le chiesi il motivo di quella scelta. “Se poi te ne saresti voluto sbarazzare potevi farlo da solo, intanto io ti avevo dato una scelta”. Insomma, i miei genitori per niente cattolici avevano deciso di farmi questo regalo nell’eventualità che io sviluppassi la fede, nel caso in cui questo non fosse accaduto non ne avrei di certo risentito, un po’ d’acqua in testa per un non credente non è nulla di che; non sarebbe neppure un ricordo se non ci fossero le fotografie a testimoniarlo.
La cosa buffa, però, era che il mio migliore amico a quei tempi era un bambino di fede evangelica, con cui condividevo il banco, l’amore per Brenda di Beverly Hills e i fumetti degli X-man. Si chiamava Carmine, aveva i capelli biondi ad istrice (era l’unico della classe che se li modellasse col gel), gli occhi chiari ed una voce stridula, con la quale dava forma a parole di un’oscenità tale da costringere la maestra a cacciarlo dalla classe. Durante le lezioni venivamo spesso ripresi perché disattenti, ma se io al primo richiamo mi zittivo di colpo, candendo nella più vergognosa mortificazione, lui invece continuava e, al richiamo successivo, rispondeva a tono, finendo a fare compagnia al bidello nel corridoio.
L’atto più sovversivo che Carmine fece fu quello di chiedere alla maestra di saltare l’ora di religione; la cosa che allora mi colpì, suscitando in me una muta e sincera ammirazione, fu il fatto che la richiesta non fu portata avanti dalla madre o dal padre, ma da lui in persona. In terza elementare, circa a metà anno, si alzò e disse: “Maestra non ha senso che io segua questa lezione, io sono evangelista”. La maestra rimase di sasso a quelle parole, anche perché era stata proprio lei, giorni prima, a dire che i bambini non cattolici potevano esentarsi dall’ora di religione. Così, non sapendo come reagire, si limitò a rispondere: “Poi vediamo”. Ma Carmine si impuntò, sino a smadonnare quel tanto che gli servì ad essere cacciato dalla classe.
La settimana dopo Carmine riprese la sua protesta. Questa volta la maestra era preparata e gli rispose che la materia che affrontavano non era la religione cattolica, ma religione in genere. In effetti, il nostro libro di testo riportava una sommaria storia delle religioni, spiegandone le differenze e le peculiarità. “Non è vero” rispose lui. “Tu parli sempre di Gesù”. Il sorriso che la maestra aveva avuto sino a quel momento si spense di colpo. “Carmine” urlò. “Io lo so che a te non importa niente di niente della religione e che per te questo è solo un modo per saltare un’ora. Mi hai preso davvero per una rimbambita?” Questa volta il mio compagno di banco fu zittito, anche perché la maestra ci aveva preso in pieno: lui non stava rivendicando la sua fede, né provava un vero fastidio nell’ascoltare la storia del Nuovo Testamento, voleva solo svignarsela e andarsene liberamente in giro per la scuola.
Dato che Carmine era una frana in tutte le materie, la maestra decise che, invece di fare religione, durante quell’ora avrebbe fatto delle lezioni di recupero con un’altra maestra nella sala dei docenti. La notizia lo fece sbiancare, mentre fece scoppiare a ridere gli altri della classe.
Quando mia madre andava a parlare a scuola aveva sempre buone notizie su di me: un bravo bambino, educato, attento, diligente “solo che sta sempre vicino a Carmine, che non mi sembra una buona compagnia”. Mia madre non ci faceva caso, ero uno dei migliori della classe e questo era tutto ciò che contava per lei. Così, visto che non mi costrinse a cambiare banco, ci pensò la maestra. Un giorno arrivammo in classe e non trovammo più il nostro banco, in compenso c’era un banco monoposto di fianco alla cattedra e un altro attaccato ad un banco semplice. Tenendo l’evangelista dal carattere compromettente di fianco a sé, la maestra salvò la mia educazione che, chissà per quale miracolo, era riuscita a restare intatta per i due anni precedenti, e si flagellò tenendo al suo fianco l’unica spina della classe.
La cosa che più mi irritava erano i lunedì mattina, quando la maestra ci interrogava sulla predica ascoltata alla messa. Quando stavamo nello stesso banco Carmine si confondeva tra gli altri bambini, mentre il nuovo posto che occupava era come un mondo a se stante che non aveva niente a che vedere con il nostro. Il suo era un pianeta isolato da un sistema solare più vivo che mai, che vociava, strillava e rideva. In quei lunedì mattina la sua condizione era ancora più sottolineata. Raccontavamo il passo del vangelo che il prete aveva letto e lui guardava altrove, disinteressato, sino a quando la maestra non lo richiamava: “Ascolta, almeno impari qualcosa”. Era un diverso lui e da tale veniva trattato; anche gli altri bambini man mano cominciarono a prenderne le distanze, prima evitando di rivolgergli la parola, poi non invitandolo alle feste. Il fatto è che per i nostri compagni di classe la sua diversità consisteva unicamente nello stare in un banco isolato lontano dagli altri, come se fosse un membro aggiuntivo, uno che non aveva il diritto di stare lì e che era stato accettato per chissà quale grazia. Mentre per la maestra la sua diversità consisteva nell’essere un modello negativo per tutti noi, piccoli bimbi quasi perfetti, figli di famiglie per bene, che ci facevamo venire i lacrimoni agli occhi al primo accenno di rimprovero; così utilizzava la sua religione per farcelo percepire diverso, per l’appunto, come un mondo che non aveva niente a che fare col nostro sistema solare.
Giorni dopo il cambio di banco, Carmine mi disse: “Se lo sapevo mi stavo zitto e non dicevo niente”. Aveva un espressione distrutta, che non avevo mai visto. Feci cenno di si con la testa e, senza aprire bocca, mi allontanai di qualche passo per poi avvicinarmi ad un altro bambino. Non volevo che gli altri mi vedessero parlare con lui.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Beh, carimine.... ci hai provato.

Unknown ha detto...

proprio oggi ho fatto prender un colpo al mio ragazzo ahahah XD eravamo in macchina e ad un certo punto ho canticchiato sopra il cd che c'era su...solo che non mi son accorta e son partita con la voce!!!!

io e lui ci conosciamo da poco, ed è rimasto sconvolto perchè di solito sono quella timida timida e non conosceva ancora questo lato del mio carattere!!!!

Unknown ha detto...

magari sarò io un po' passiva ma in tutti sti anni di scuola ho imparato una cosa: o hai una media alta e ti esponi con i professori, o te ne stai zitto, cercando di farli dimenticare di te..

Anonimo ha detto...

evangelico.
Evangelico.
;)))
anche io ho vestito i panni di carmine, a scuola.
appestati in egual maniera.
Evangelica.
;-D
Sib