Lisbona è fatta di salite e discese che si percorrono con ripide scale capaci di lasciare senza fiato. Ricordo che quando andavamo a fare la spesa, la cosa più massacrante era comprare l'acqua per nove persone, caricarsela sulle spalle e percorrere quelle rampe che mettevano a dura prova il nostro fisico già abbastanza provato dalle ore piccole e dai i postumi di sbronza.Abitavamo vicino al Barrio alto, un quartiere storico formato da vicoli che si intrecciano, creando un reticolato di strade le une uguali alle altre. Ogni centro metri c'è un locale e ovunque una folla di ragazzi che bevono e ridono e si baciano. Mentre l'attraversavo avevo l'impressione di non aver mai visto ragazze e ragazzi più belli. Avevano tutti qualcosa negli occhi e le labbra contratte in un sorriso, mentre il corpo era sudato e si lasciava raffraddare la lunghe sorsate di birra a basso costo, che si alternava con shot di rhum o vodka.
La prima sera lì io e Debby ci muovevamo frenetici, ricordando alcuni articoli di Tondelli che raccontavano di posti come quello, in cui si riusciva a respirare un'aria di comunione e di amicizia mai annusata prima.

Per conoscere qualcuno bastava semplicemente offrirgli da bere e poi cominciare a parlare, in un incontro di lingue diverse che abbozzavano parole in inglese e davano forma a discorsi che si andavano a mischiare a quel vociare confuso che dava forma a tutta la notte.
La mattina era dura svegliarsi, lavarsi e prima dell'una non riuscivamo mai ad uscire di casa, lasciando in sospeso tutte le pulizie che venivano rimandate a poi. Anche se quando arrivava il "poi" la voglia mancava e ci ritrovavamo a ballare seminudi per casa, mandando giù sorsate di vino, sculettando al ritmo di Karma Chameleon, oppure cenando sul terrazzo che dominava metà della città e ci permetteva di osservare il sole che sembrava sparire dietro il castello in lontananza, mentre le luci lentamente si accendevano, come lucciole immobili che formavano costellazioni di terra.
La mattina c'era la lotta per riuscire a mangiare gli M&M's avanzati dalla sera prima e Sybil - che era l'ultima a lavarsi - si ritrovava sempre con pacco vuoto e s'incazzava non poco perchè che diavolo, almeno un paio di quelle cose gliele potevamo pure conservare.Di Lisbona ricordo questa cosa: sembrava che ogni strada, ogni persona, ogni palazzo e tutto ciò in cui ci imbattevamo fosse a misura nostra. Era come una città partorita dai nostri sogni, dalle nostre aspettative che in fondo non erano chissà quanto pretenziose: volevamo conoscerci, stare insieme, ridere per delle stronzate e stare bene senza renderci conto del perche. Insomma, tutto era perfetto. Scale escluse, ovviamente.
Una sera ci ritrovammo in un locale gay. Ci portò uno spagnolo conosciuto un paio di giorni prima. "C'è della buona musica elettronica" si giustificò, quando io Gabriele e Paolo facemmo la faccia storta. Provai a ballare nella pista da ballo, incollato a Debborah come un amante passionale (e forse pure un po' morboso), ma dopo neanche un minuto: "Debby, mi hanno toccato il sedere... Debby, mi hanno accarezzato il collo... Debby, mi hanno maniato il pacco, andiamo via!"Restammo lì a lungo, per poi finire in un'altra strada, a terra come tanti altri, prendendo in giro una ragazza conosciuta poche ore prima, tutta presa dallo scaricare un ragazzo con cui aveva avuto una storia la sera precedente e che in risposta piangeva.
Ricordo quella settimana come l'ultimo capitolo di amicizie poi naufragate, o semplicemente consumate (come succede a tante altre cose). Ricordo Debborah in lacrime in una notte passata sull'amaca, con le cuffie che le sparavano a tutto volule The best of you; un pianto di gioia, mi assicurò lei ed io non potei fare a meno di pensare che tra la felicità e la disperazione c'è una linea così sottile che è diffice vederla bene. Ricordo una mattina in cui io e Gabriele tornammo all'alba e trovammo Jerry, un capoverdiamo dal fisico perfetto che aveva passato la notte con una delle ragazze e poi era stato esialiato su quel divano che era troppo piccolo e lo faceva dormire rannicchiato, quasi come un feto. Ricordo i miei capelli blu cadere a ciocche sotto i colpi di macchinetta che Paolo passava sulla mia testa, perchè ormai si era fatto il momento di tornare a casa, allo studio, al lavoro e che credibilità può avere un giornalista con un acconciatura del genere?
Ricordo che in quella settimana Lisbona si è impressa dentro di me come solo Londra è riuscita a fare, ma in un modo completamente diverso. Ricordo che in quella settimana con Debby, Carmen, Gabriele, Paolo e Angela mi sono sentito felice di una felicità così dolce e serena da illudermi di essere di grado di farla durare per sempre.

5 commenti:
Cazzo... bastardo mi hai fatto piangere.
TYi voglio un mondo di bene...
Debby/Ifona/Daisy
Bello bello hai saputo proprio cogliere l' idea ke ci eravamo fatti tutti su Lisbona, descrizione perfette, avrei messo qualcosa in più ma sta bene lo stesso così.
-Gabri-
www.myspace.com/exterminatordeathdominion
ma va!!! non è vero... :)
Lisbona...bellissima. Ci sono stata anch'io. Con i miei, perciò l'ho vissuta in maniera sicuramente diversa... Avevo 12 anni credo.
Aveva però un fascino particolare quella città, un fascino che ho ritrovato solo a Edimburgo.
Tu la paragoni a Londra, ma secondo me le manca quella frenesia che la caratterizza. E forse è meglio così... non tutte devono essere uguali no?
ti odio! pure io volevo andarci così a lisbona!
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